Seminari
L'architettura urbana e la risposta al degrado delle periferie
PROGETTO E TRASORMAZIONE DELLA CITTA'
L’ARCHITETTURA URBANA E LA RISPOSTA AL DEGRADO DELLE PERIFERIE
Uberto Siola
Ragionando sul tema delle periferie vorrei entrare nel merito di alcune definizioni, proprio per chiarire questo concetto che può essere un po’ ambiguo. Nel nostro mestiere, in realtà nelle nostre città, di tanto in tanto emergono delle questioni apparentemente nuove, che diventano le questioni del momento; ma che sono nuove solo rispetto al dire della città, ma che non lo sono rispetto alla sostanza nostro mestiere. Vorrei fare alcuni esempi: abbiamo passato anni a discutere di aree dismesse, poi di periferie, poi di aree portuali; questi sono i modi in cui la città di volta in volta manifesta i suoi problemi, che sono problemi reali, ma che non sono in se stessi temi di architettura, sono questioni importanti che pone la città e che noi dobbiamo avere la capacità di decodificare e far diventare problemi di architettura, riportandoli in quello che è l’alveo della nostra professione e della nostra preparazione.
Periferia è già un termine ambiguo, perché l’origine etimologica del termine rimanda ad un concetto sostanzialmente topologico, periferia vuol dire stare fuori di, al contorno di, al limite di, laddove questo è contraddetto perché in termini di architettura periferia non è un concetto topologico, ma è un concetto di qualità, nel senso che noi possiamo avere aree periferiche anche all’interno della città, mentre possiamo avere parti “buone” della città create o realizzate all’esterno della città.
In realtà periferia è un termine sostanzialmente sociologico, economico, politico, più che affermare un concetto positivo afferma un concetto contrario periferia è l’altro rispetto alla città, è l’altro rispetto alla qualità, è l’altro rispetto ad una condizione di abitabilità e di vita. Non è detto che sia un concetto topologico. Come interviene l’architettura della città su questo tema così reinquadrato? Certamente come dicevo cercando di ricodificare il tema, di definirlo in altra maniera, e poi individuando quali possono essere le tecniche, cioè gli strumenti del nostro mestiere per affrontare la questione una volta decodificato.
Per quanto riguarda la decodificazione, credo che possiamo definire queste aree come delle aree in cui per motivi diversi si crea un’attesa per un loro ridisegno, per un loro controllo, sono aree mature alla trasformazione. Fra le tecniche di intervento che abbiamo su un tema così definito, ne vorrei citare due, sapendo che non sono ovviamente le sole, ma quelle alle quali mi riferisco per ragionare attraverso due miei progetti. Da una parte l’intervento per “elemento primario”, applicando la tecnica del monumento, si punta a realizzare un’operazione di riqualificazione di una area degradata attraverso l’intervento su un solo edifico, un solo momento di particolare qualificazione a cui affido la capacità di trascinamento della qualità degli interventi successivi. Dall’altra parte c’è un altro modo di intervenire, cioè sapendo che l’intervento che vado a fare in quel punto, in quel momento, è un intervento che ha una particolare capacità di indurre altre trasformazioni, allora il problema non è tanto progettare l’elemento, ma progettare l’elemento e le possibili conseguenze, positive ci si augura, che quell’elemento può portare. Quindi non ci si limita a progettare l’edificio, ma si ragiona sull’impianto urbano, sul tessuto urbano, in sostanza la proposta di edificio ha già in sé le maglie di attesa per una prossima trasformazione. Da una parte il monumento dall’altra l’impianto; ritorniamo agli albori, alla nostra tradizione. Con una ulteriore difficoltà, con una ulteriore difficoltà che riguarda il tempo della trasformazione e la difficoltà degli strumenti di controllare queste trasformazioni, quindi dobbiamo avere anche la capacità di controllo dei tempi della trasformazione e delle fasi, capire che mettiamo in moto degli effetti e, quindi dobbiamo essere in grado di valutare non solo la qualità dell’intervento, ma anche gli effetti indotti dall’intervento con quella qualità.
Di queste questioni vorrei parlare illustrando due progetti degli ultimi due anni e che riguardano la tecnica dell’edifico che trascina l’impianto e del monumento.
Il primo è un concorso per un piccolo intervento all’Università di Foggia, che ho fatto con i miei colleghi di studio Gino Milano e Federica Visconti e l’architetto Faticato; il secondo è un progetto a cui tengo molto perché è la sede di Biogem ad Ariano Irpino, cioè la sede di un grandissimo Centro di Ricerca per la Biologia Molecolare che ho avuto la fortuna di progettare in contatto con il premio Nobel Dulbecco, che ci ha seguito in questa elaborazione e che ci ha dato la possibilità di capire il modo in cui l’architettura viene intesa da chi poi la usa a livello altissimo.
Abbiamo assunto alcuni temi del luogo, destinando all’analisi molta attenzione: Ho detto del tracciato geometrico e della presenza del verde, c’è poi la presenza di un grande quadrato, una casa colonica importante che abbiamo deciso di lasciare in piedi, ed intorno a questo spartito abbiamo costruito l’impianto. Impianto che prevede l’edificio universitario, la casa dello studente, il palazzo dei congressi, parcheggi, attrezzature sportive ed il verde. Questo concorso chiede la definizione a livello di planovolumetrico, mentre viene approfondita la parte universitaria.
(…)
L’altro edificio è il Centro di Ricerca Biogem; si è molto discusso sulla scelta di realizzarlo ad Ariano Irpino, sulla questione del posizionamento di un centro per una ricerca così sofisticata fuori dalle grandi città. L’idea era quella di ampliare un edificio di trenta anni fa, abbastanza brutto, sede di vari servizi del piano di sviluppo industriale di Ariano Irpino, che è un centro di montagna con un’area pianeggiante destinata all’ampliamento industriale. Abbiamo ampliato l’edificio attraverso il collegamento che entra nell’edificio a C, il blocco dei laboratori e come momento finale della corte si posiziona l’edificio dello stabulario, che dovrebbe essere il più grande stabulario d’Europa; al centro c’è un edificio circolare, un piccolo corpo di 400 metri quadrati, che dovrebbe ospitare la biblioteca e il centro di riunione dei ricercatori.
(…)
Josep Luis Mateo
(…)
Parlare della periferia, che è una questione a me molto vicina, vuol dire parlare della città nuova, della crescita della città, della città che non è quella storica ma quella nuova, e significa parlare anche della possibilità o impossibilità dell’architettura e degli architetti di proporre, controllare, intervenire con il progetto su una nuova realtà. Questa mostra condizioni diverse del fare architettura anche tipologicamente e funzionalmente, ed anche io ho sempre pensato alla periferia come possibilità e non come problema.
Con due schemi voglio leggere la situazione; uno è quello classico del centro, con un interno ed un esterno e un limite, questa idea per me è stata molto utile per progettare; o siamo dentro o sul limite o siamo all’esterno, alla fine la periferia è il momento in cui la città non è più città, ma il rurale non è più rurale, la campagna non esiste più e la città non esiste ancora. Il progetto si deve confrontare con il vuoto, con il paesaggio, con la campagna ma in una forma artificiale. Questo schema è stato per me molto importante, perché consente di capire che stiamo lavorando su questo limite, su questa zona di interfaccia fra le due cose. Alla fine la città può divenire una cosa molto più diffusa e questa condizione del limite è una condizione tante volte presente nel nostro lavoro; molto spesso anche il centro diventa un limite, uno spazio vuoto, uno spazio nuovo da progettare.
Il primo progetto che vi racconto è su Castello Branco, una piccola città portoghese in cui abbiamo fatto il progetto di ristrutturazione del centro urbano, ed anche un edificio; questo lavoro fa parte del progetto polis, un progetto di valorizzazione delle piccole città dell’interno del Portogallo. (…)
Un altro progetto che stiamo iniziando ora a costruire è il parlamento regionale di Harlem in Olanda, dove ci siamo confrontati con la periferia. Il problema della periferia è nel confronto con l’eterogeneità della città contemporanea, per come è diventata, un organismo multiplo con diverse qualità; un progetto intelligente e qualificato deve reagire soprattutto a questa eterogeneità. (…)
Vi mostro l’unico progetto che ho fatto in Italia, che è l’unico che non si realizzerà, un concorso che non ho vinto, il progetto è per la biblioteca europea a Milano; il luogo è il tipico terrain vague contemporaneo, è una vecchia stazione abbastanza centrale, ma in un grande vuoto al centro della città che va ricostruito. L’idea di base è stata quella di conservare il vuoto, nel senso che i vuoti nella città hanno delle grandi negatività, ma anche il grande fatto positivo che è proprio l’esistenza del vuoto, del non costruito.
(…)
Il porto di Amsterdam è un altro terrain vague, una condizione di luogo industriale centrale nella zona dove arrivavano le grandi navi dal Borneo, che è stato trasformato in zona residenziale; è un luogo dove c’è solo acqua la terra non è vera, solo acqua e aria. Il tema è quello della specificità di ogni progetto in rapporto all’eterogeneità della condizione contemporanea, in una dialettica tra generale e specifico. (…)
L’ultimo è un grandissimo progetto il Convention Center a Barcellona, oggi in costruzione, alla fine della Diagonal in una zona chiaramente periferica, in cui si deve ricostruire, fare la città dove non c’è città. Tutto il progetto si basa sul riassetto complessivo dell’area; con un grande parco, il porto, la piazza ed altro. La Diagonal per noi non finisce qui, l’idea è che la città contemporanea non ha confine, una cosa si trasforma in un’altra ma non finisce come la città antica; l’idea dei politici era di realizzare qui con questo intervento il termine della Diagonal, per noi invece non finisce ma continua con una grande strada che mette in rapporto con le altre città.
(…)
Vittorio Magnago Lampugnani
Devo confessare che alla periferia non ci credo, in termini architettonici credo che non esista o non dovrebbe esistere, per me esiste la città con tutte le sue declinazioni molto diverse, la città contemporanea , tutto sommato anche la città antica, non è una cosa unitaria non lo è mai stata. E’ un conglomerato di città diverse con qualità diverse, ed è quello che la rende così affascinante, è come il simbolo e anche la concretizzazione di opzioni di vita diverse.
Il progetto di cui parlerò è a Basilea, in periferia, è questa una città abbastanza interessante, c’è la città storica, il Reno, ed è molto vicina al confine con la Francia. L’area di progetto è un’area strana, di proprietà di un’azienda farmaceutica, che è andata via via trasformandosi, un po’ per conto suo, da un’area produttiva in un’area mista però sempre più in centro di amministrazione e di ricerca. Originariamente c’era la fabbrica, a mio avviso bellissima, di cui non è rimasto nulla, hanno buttato giù tutto, e via via sono andati costruendo degli edifici diversi; sono tutti edifici cresciuti senza sistema negli anni settanta.(…)
La periferia a Basilea non è più periferia, ci siamo resi conto lavorando che quest’area che originariamente era in mezzo alla campagna era stata recuperata alla città ed era in periferia solo una po’ nella testa della gente, ed anche perché tutta questa è un’area relativamente degradata.(…)
L’immagine è stata proprio quella di una città, trasformare quest’area, che è di circa venti ettari quindi non tanto grande, in una vera e propria città molto compatta e al massimo di densità che ci sembrava giusto e compatibile in quest’area, tracciare un limite il più chiaro possibile che ovviamente non deve essere un muro, e lasciare davanti a questa città una zona aperta verde, il più pubblica possibile.
(…)
Abbiamo cercato di legare questa struttura al tessuto della città esistente. Lungo la Fabrik strasse abbiamo organizzato gli spazi pubblici di questa città che sono tre: un primo spazio rappresentativo che abbiamo chiamato il forum, un secondo spazio molto informale verde che abbiamo chiamato “il green”, ed il terzo, che abbiamo chiamato “la piazzetta”, anch’esso informale ma non verde bensì pavimentato, C’è poi un lungo parco lineare di questo complesso che abbiamo chiamato campus, perché ci piacerebbe pensarlo come un campus universitario, un luogo dove si pensa, si fa ricerca, ci si scambiano opinioni, e poi due piccoli parchi puntuali, e poi ancora il parco lineare lungo il Reno dove abbiamo previsto una passeggiata pubblica che si collega ad una passeggiata già esistente in quest’area. Ora c’è anche un porto fluviale che quando è abbiamo cominciato il progetto, poco meno di due anni fa, non ci hanno neanche permesso di pubblicare la pianta perché nessuno voleva parlare di spostare il porto fluviale, quattro mesi dopo si è deciso di spostare il porto e quindi l’area è rientrata nel progetto.
(…)
Per ritornare al tema delle periferie, questi interventi che sono un po’ a metà tra l’intervento monumento e l’intervento impianto, possono produrre delle dinamiche nella città che speriamo siano dinamiche positive.





